Jul 31, 2007 18:28
E la terza ed ultima parte.
Un Assaggio: "Il giardino è afoso e umido e per un attimo mi chiedo se davvero siamo ancora a Londra. Il caldo si sposa bene con la rigogliosa, decadente vita di questo luogo. I rami spezzati dal vento e il roseto ucciso dall'incuria degli anni hanno una loro bellezza malata, e non so se avevo mai visto tante sfumature di verde e di nero. In questo piccolo angolo di giungla si respira ugualmente morte e vita, la rugiada scorre ancora indifferente sulle larghe foglie di una pianta sconosciuta e se una brezza scuotesse adesso i rami romperebbe l'incanto dello squallore magnifico di questa vista. Ma la calura è imprigionata nel terriccio e nell'aria c'è odore di pioggia."
Ecco l'uomo
Ecco, questo davvero è Sirius Black. Il pensiero mi coglie improvviso mentre osservo il volto stanco nella penombra della cucina. Mi è stato donato di cogliere anche l'ultima sfumatura, ed essere qui è l'ultimo tassello del quadro della nostra esistenza.
Questa casa buia e orribile oggi illumina quel riflesso che senza sapere ho sempre cercato. Era la luce di questo luogo la pennellata che mancava al suo ritratto, e l'eco di della vita che visse qui risuona nella mia mente, ed è parte di lui.
Abbiamo deciso che questa casa custodirà il segreto dell'ultima speranza contro le tenebre. E quando lui è entrato ho visto qualcosa sul suo volto, un ombra sconosciuta, e un ricordo del ragazzo che era e che visse qui. La casa è vecchia e polverosa, e custodisce segreti terribili e le porte hanno maniglie d'argento. Pezzi di creature morte sono stati usati come ornamento, e esseri infestanti vivono tranquilli tra i vecchi mobili e i tappeti neri. Tutto in questo luogo grida Black. Eppure nel marcio di queste stanze è cresciuto qualcosa di vero e puro, qualcosa incredibilmente capace d'amare, e quello è Sirius. Sirius che poco fa guardava lei, ritratta per sempre sulla parete dell'ingresso. Sirius che per un attimo ha dimenticato la sua collera nel viso di sua madre, e ha lasciato che il suo volto si rilassasse in un'espressione dolcissima di dolore e rimpianto, e che è così simile a lei. Sirius che ha sussurrato il suo perdono al ritratto anche se la sua voce si è persa nelle urla eterne di lei.
Ora siamo di nuovo soli, in questa vecchia cucina polverosa che stranamente non ha odore di odio, io, lui e i fantasmi del suo passato. Attendo che parli, che sfoghi i pensieri che assillano la sua mente e che torni alla sua solita rabbia, e finalmente so che conoscerò il segreto di alcuni silenzi impressi nella mia memoria nel corso degli anni. Attendo che questa casa mi spieghi perchè un giorno di vent'anni fa Sirius uscì per sempre di qui e divenne un uomo.
Ricordo un giorno simile, un giorno di lacrime di tanti anni fa. Quando la prima volta qualcosa lo riportò indietro agli anni in questa casa, e io intravidi un riflesso che oggi mi verrà spiegato.
La luce calda del piccolo appartamento sembrava troppo debole per raggiungerlo. Stava seduto sul divano quando entrai, una postura rigida che non era più sua da anni, un bicchiere in mano e le lacrime sul suo volto. Io allora non avevo mai visto le lacrime di Sirius. Era bellissimo in quel tramonto, ma come potevo notarlo? Il suo volto e il suo corpo urlavano un dolore, e io desideravo solo vederlo sorridere.
-Me lo ricordo. Non ci ho pensato per anni, ma ora lo ricordo così bene...- disse, e le lacrime impastavano la sua voce.
-Cos'è successo, Sirius?- gli chiesi, sedendogli accanto, e quando la sua mano mi sfiorò e io sentii che era fredda lo abbracciai, offrendogli in dono un po' del mio calore.
-Lo odiavo, vero Remus? Ti ho sempre detto che l'odiavo. Allora perchè fa così male?-
Il pianto si trasformò in singhiozzi sulla mia spalla, e non potevo confermare le sue parole, perchè improvvisamente avevo saputo di chi parlava, e in quell'odio io non avevo mai davvero creduto. L'immagine mi si formò in mente, vaga e sfocata come i ricordi di poca importanza, un ragazzo magro nella divisa argento e verde. Mi invase un senso di colpa profonda per la mia indifferenza. Era la prima volta che Sirius soffriva senza di me. Il pianto intanto si era calmato e la voce di Sirius riprese a sussurrare il suo dolore come se le mie orecchie fossero lì per caso.
-Era un bambino così piccolo, io me lo ricordo. Allora gli volevo bene. Era un ragazzino insopportabile, ma era sempre mio fratello, vero? Ma poi...-
La luce calda del tramonto stava lasciando il posto a quella fredda della sera. Ricordo che ero smarrito, mentre Sirius piangeva il lutto per suo fratello e io non sapevo che fare per consolarlo. Parlò a lungo e cercai di confortarlo col silenzio. Poi si addormentò, ed eravamo ancora abbracciati.
Mi riscuoto dai ricordi e guardo Sirius che ha ancora l'aria triste di quel giorno. Non ci sono lacrime oggi sul suo viso, ma una scintilla nei suoi occhi di chi ormai alla morte è avvezzo.
-Sai,- mi dice -io mi sedevo sempre nella sedia dove ora sei tu. Lui stava di fronte a me, e facevamo colazione, noi due soli, ed era il momento più bello della giornata, perchè avevamo davanti tante ore di luce, e mio padre non sarebbe tornato fino a sera.-
Non sono sorpreso che i fili dei nostri pensieri si siano intrecciati nei pochi minuti che siamo stati in silenzio, ma taccio e ascolto la sua voce ripercorrere finalmente i ricordi che non ha mai condiviso con me.
-Lei, mia madre, si alzava sempre prestissimo. Quando avevamo finito di mangiare dovevamo andare a salutarla, e Regulus da piccolo aveva paura di lei.-
Sorride al ricordo, un sorriso che è triste e dolce insieme, e non posso evitare di chiedere:
-E tu?-
-Io non ho mai avuto paura di lei. Di mio padre, forse, quando ero molto piccolo. Ma mai di lei. Ho odiato le sue parole crudeli e il suo sguardo freddo, ma era mia madre.-
Annuisco come se capissi, ma non è così. Posso solo sentire l'emozione nella sua voce e chiedermi quanto invece l'avesse amata perchè lei potesse fargli così male.
-E' buffo, non l'avevo mai pensato, ma è merito loro se sono finito a Griffondoro. Dopo essere cresciuto in questa casa, come poteva qualunque cosa farmi paura davvero?-
-Non è buffo, Sirius. E' la tua famiglia che ha fatto di te quello che sei, in un modo o nell'altro. Tu... le somigli molto.-
Sirius rimane un attimo pensieroso. So che le mie parole lo hanno toccato nel modo in cui una rivelazione ci tocca sempre. Mi chiedo se qualcuno gli avesse mai detto che somiglia a sua madre. Ma chi poteva farlo, se non io? E io fino a ieri non conoscevo i segreti di questo luogo e della sua famiglia, ma ora mi è tutto più chiaro.
-Usciamo in giardino, Moony?- mi chiede, e lo seguo perchè so che il viaggio nella sua memoria non è ancora finito.
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Il giardino è afoso e umido e per un attimo mi chiedo se davvero siamo ancora a Londra. Il caldo si sposa bene con la rigogliosa, decadente vita di questo luogo. I rami spezzati dal vento e il roseto ucciso dall'incuria degli anni hanno una loro bellezza malata, e non so se avevo mai visto tante sfumature di verde e di nero. In questo piccolo angolo di giungla si respira ugualmente morte e vita, la rugiada scorre ancora indifferente sulle larghe foglie di una pianta sconosciuta e se una brezza scuotesse adesso i rami romperebbe l'incanto dello squallore magnifico di questa vista. Ma la calura è imprigionata nel terriccio e nell'aria c'è odore di pioggia.
Lui cammina come un cieco lungo un viottolo, e sfiora leggero le foglie e il legno con le dita. Forse sta ricordando un ordine passato che il tempo ha dimenticato, la cura amorevole di questo giardino dove ora la vita si sottrae al giogo dell'uomo. Ma così selvaggio il giardino mi parla di lui, come se gli alberi antichi portassero un marchio della sua presenza, come se in ogni dettaglio che vedo qualcosa gridasse alla mia mente il suo nome. Sirius è nell'aria, qui, e l'odore dei fiori è in parte il suo, Sirius è nella terra smossa e umida, Sirius è nel calore del sole e il nero del cancello di ferro è la linea delle sue ciglia. Sento di amare questo luogo nonostante il suo orrore selvaggio.
Lui sembra stupito della piccolezza delle cose, come se i suoi occhi fossero improvvisamente troppo in alto per i suoi ricordi, e sorride incerto, e la luce qui è strana ma lo illumina in una maniera che posso solo definire giusta. Sento di amare l'orrore selvaggio di questo luogo.
Resto fermo e in un attimo i miei sensi sono pieni di lui, ed è così nuovo e familiare al tempo stesso che mi chiedo perchè non ho mai visto prima questo giardino guardando lui. Il frinire di una cicala accompagna lieve i miei pensieri, come se oggi fosse un qualunque giorno d'estate. E' la sua voce che mi scuote quando mi chiama:
-Remus, vieni a vedere!-
Ecco Sirius, lo sorprendo a scrutare qualcosa nel tronco di una vecchia quercia. E' in ginocchio, incurante del fango sotto di lui, e guarda con occhi rapiti un segno inciso nella corteccia, una piccola S al contrario tracciata pazientemente nel legno da una mano infantile. Guardo lui e lo vedo sorridente e commosso, e l'uomo sta guardando negli occhi se stesso bambino.
Sotto al segno a terra c'è una grossa pietra, e lui la solleva e sembra sorpreso di quanto sia leggera. Sotto la pietra una scatola di latta, forse dimenticata, e lo sento sospirare mentre la prende e con dita tremanti la sfiora e la apre, e io guardo dentro e non sono sorpreso quando scopro l'infantile contenuto, una semplice trottola blu. La sua voce è dolce come l'aria e altrettanto umida di lacrime dimenticate, e lui mi sta spiegando un perchè che non gli ho chiesto.
-Non è mia, sai. Era di Regulus. Una volta lanciandola ruppe un vetro della credenza. Mio padre era furioso e voleva bruciarla. Lui piangeva e io la presi e la nascosi qui. Vedi l'iniziale? Avevo sei anni e non sapevo scrivere la R. E come vedi anche la S mi dava qualche problema.-
Sorrido a pensarlo bambino, impegnato a consegnare al futuro quel piccolo ricordo dimenticato.
-Regulus amava questa trottola. Quel giorno mi disse che voleva tenerla per sempre con lui. L'avevo dimenticato.-
E' triste, e so che ricorda come me il giorno d'estate in cui suo fratello fu sepolto, e la piccola tomba del giocattolo nel cortile di casa mi sembra più vera e dolce di tutto il marmo dei miei ricordi.
Rimasi lontano quel giorno, distante da lui, un estraneo che si aggira ai margini del dolore e del lutto. Ricordo che pensavo che la morte dovrebbe prenderci d'inverno, che la pioggia sul cimitero avrebbe confuso le lacrime. Vidi tutta la famiglia dal mio nascondiglio sotto il sole, e vidi dolore, e per la prima volta i miei occhi parziali li contemplarono umani. Sapevo già allora che li avrei per sempre rivisti nei sogni, che nella mia lotta giusta e implacabile contro tanti di loro avrei da lì innanzi scorto una goccia di umanità.
Qualcuno si è accorto nei secoli di come sia freddo il marmo? Sentivo la pelle fresca nonostante la canicola, e anche la terra non poteva scaldarmi, soffocata dalle fredde pietre che custodiscono coloro che furono. Mi sentivo un intruso sebbene non mi fossi avvicinato, e diviso da Sirius non sapevo che farmene delle mani.
Lui, nonostante il diritto del sangue, si teneva lontano dall'ira dei suoi, impressa come un marchio sulla sua pelle dalle dita impietose di Bellatrix. Restava distante, diritto e in lacrime, silenzioso e splendido, e guardava seppellire suo fratello con gli occhi chiusi. Volevo essere fuori da quel luogo, lontano dalle parole confuse del rito latino, e volevo essere vicino a lui, e dimenticare il freddo del marmo nel suo calore così familiare. Volevo asciugare le sue lacrime e volevo raccoglierle e farne una collana da donare forse a sua madre, a ricordarle per sempre il dolore. Rimasi fermo sul cancello del cimitero a contare ogni perla dei suoi occhi.
Il mondo era immobile e gelido. Io stesso mi sentivo immobile e gelido, e troppo distante da loro quando lo vidi dire addio a sua madre. Lo osservai abbracciarla con la scusa della debolezza di lei, e lo vidi girarsi ed avvicinarsi a me. Qualcosa spezzò il ghiaccio attorno a me, e tornò il calore con la sua presenza, e misi un braccio sulla sua spalla quando mi disse -Ho freddo.-
E qualcosa nei suoi occhi mi parlò, come mi era già successo, e vidi che aveva sepolto un fratello che ricordava bambino, e che quel bambino stava piangendo. E seppi che aveva lasciato una donna che aveva chiamato madre, e che quelle lacrime erano anche per lei.
Uscimmo dal cimitero. Lui mi camminava di fianco, il dolore ancora in strisce impudiche sul volto pallido, e insieme lasciammo la sua infanzia sepolta in un cimitero.
Oggi guardo Sirius rinnovare il suo dolore con una sola perla, e so prima di lui dove andremo quando mi dice -Moony, vorrei ridare a mio fratello la sua trottola.-
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Qui è tutto come lo ricordavo, tranne il dolore. C'è l'erba e il marmo e i fiori seccati dal sole, e la presenza viva di chi non c'è più. Manca solo quel dolore straziante, che adesso si è fuso nella dolce tristezza impressa negli occhi di Sirius.
Da quando è tornato ogni giorno è stato costretto a reimparare una piccola certezza. Ma oggi non c'è indugio, lo vedo dirigersi fermo verso il mausoleo freddo della sua fredda famiglia. Non ha dimenticato il dolore in questi anni, non ha dimenticato loro. Fuggevole mi sfiora un pensiero, non so se li abbia perdonati in questi anni. Io non l'ho fatto, però ho imparato la gratitudine per il dono di Sirius.
Lo vedo chinarsi sulla lastra incisa e poggiare il giocattolo come un fiore sotto il nome scolpito. La trottola blu ha ora una nuova tomba.
-Non riesco a non pensare- comincia Sirius, e la voce dolce impregna l'aria come un profumo, -che ora sia più giusto. Che ovunque sia, ora è più sereno, il mio fratellino.-
Il suo volto magro è asciutto ora, ma sento la mia guancia bagnarsi di una lacrima, e piango al posto suo la sua perdita, e quella parola, fratellino, rimbalza nelle mie orecchie e mi riempie di una nostalgia che non mi appartiene, del ricordo di risa che non ho mai sentito, e dopo tutti questi anni sono dentro al suo dolore.
Sento la sua mano sul mio volto, ad asciugare quelle lacrime ingiuste, e quando alzo gli occhi lui sorride.
-Sono felice che tu pianga per me.- mi dice, e non so perchè, ma lo sento più giusto, ora, sento Sirius più vicino e anche questo cimitero non mi gela più.
Abbiamo scoperto una nuova serenità, una calma sconosciuta al turbine della nostra vita, e ci avvolge nel silenzio di quel piccolo luogo austero, mentre con occhi distratti scorriamo i nomi sulla fila di lapidi finchè le lettere perdono i contorni e le storie si mescolano. Perchè adesso Sirius parla, racconta di persone, ed è tornato il suo infantile sarcasmo che non sentivo da una vita.
Poi, come per caso, arrivo ad una lapide recente, e la trovo senza nome. Mi assale lo stupore, e chiedo a Sirius per sapere chi sia questo sconosciuto Black che non abbia voluto essere ricordato come Black.
Lui osserva, silenzioso per qualche attimo, mentre io ascolto il suo respiro e affido la mia comprensione alla sua memoria.
-E' la tomba di mia madre.- mi dice, la voce calma e calda. Forse percepisce la mia curiosità inespressa, e sa che forse capirò, perchè continua -Questa è l'ultima frase che le ho detto in questa vita.-
E mentre scolpisco nella mia mente le parole incise sulla pietra, sento che la mia opera è conclusa. Ora davvero conosco l'uomo che è davanti a me, vedo le sue strade e le sue radici, le scelte coraggiose e il dolore, e tutto l'amore e l'odio che hanno fatto di lui colui che è.
-Non posso tornare indietro.- sussurra, e la parola si scioglie in pianto e io accolgo con gioia le sue lacrime liberatorie, la mia comprensione e il suo abbraccio.
Una casa vuota e un cimitero troppo colmo mi hanno insegnato la sua vita. E mentre lo stringo come se fosse la prima volta, vorrei dire al mondo: ecco, questo è l'uomo Sirius Black, e se qualcuno ancora non lo capisce, lo cerchi tra le righe di questa storia, nel suono del suo pianto, nelle stanze e tra le tombe, perchè qui io l'ho trovato.
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